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Riflessioni sul Tecno Medioevo (Reloaded)

Il Medioevo non è stato soltanto una congiuntura storica: è stato – ancora è – una sorta di categoria sovra- o meta-storica dell’immaginario. Come tale, essa include e misura fenomeni collettivi, sociali ed individuali rapportabili anche al mondo (post)moderno. E ciò accade nonostante i creatori e gli ideologi della modernità si siano sforzati, dal Secolo dei Lumi in qua, d’invalidare e, infine, di soppiantare le strutture mentali e le attitudini, quali ad esempio il misticismo, la magia e il simbolismo, con cui l’evo pre-moderno leggeva ed interpretava la realtà.  Così, l’età post- o sur-moderna è tornata ad alimentare il suo metabolismo estetico con segni e tracce di “creature” che si credevano oramai estinte per sempre, sepolte nella “terra di mezzo” della storia. Oggi, invece, esse tornano a ripopolare, coi loro cloni cibernetici e digitali, la nostra cultura letteraria, visiva e materiale: dagli scenari fittizi delle sci-fi alle più concrete forme dell’arte, dell’architettura e del design, dai sofisticati, iper-tecnologici dispositivi dei new media alle realtà virtuali “aumentate”.

Per il loro tramite, si è così attivata un’ampia serie di rivisitazioni formali e di ri-codificazioni linguistiche, la cui testa di serie attinge al deposito e all’eredità culturale o, meglio, multi-culturale del Medioevo. Un ambiente di vita dove la culturalità, muovendosi lungo le vie di scambio commerciale e di pellegrinaggio, si era diramata all’infinito, tanto che le identità storiche e geografiche si fluidificavano e diventavano sfuggenti, la mescolanza delle “parlate” e degli stili rappresentava la norma, più che l’eccezione, determinando così straordinarie fioriture narrative e figurali stimolate e governate da meccanismi di “impollinazione” e di “contaminazione” su larga scala. Su una scala – diremmo oggi – globale, secondo direzioni di transito in senso orizzontale (nello spazio), ma anche verticale (nel tempo), e battendo comunque le piste di un’ispirazione creativa multiforme e composita.

Su un siffatto piano spazio-temporale, per quanto sia esso mobile e dilatato, sono nondimeno posizionabili alcuni punti fermi, dei “paletti-guida” rappresentati da altrettanti e diversi, ma complementari modi di far interagire e di re-interpretare – in senso estetico – i lasciti immaginari medievali. Ce li rappresentano, fra i tanti che attualmente li sondano, gli artisti selezionati per questa mostra londinese. Tutti loro sono convinti, al pari dei curatori della stessa, che il Medioevo sia sempre d’attualità; e che sia, pertanto, pienamente legittima la sua rivisitazione, condotta magari sul filo di quel gothic revival, già promosso in ambito romantico e vittoriano, dai movimenti del pre-raffaellitismo e delle Arts & Crafts. Al loro ispiratore e teorico – John Ruskin – e ai loro rispettivi fondatori – Dante Gabriel Rossetti, William Morris – così tanto avversi alla modernità industriale e al “fatto a macchina” da contrapporvi, giustappunto, l’artigianalità e l’eticità dei manufatti e della bottega medievali, crediamo sarebbe stato di sicuro gradimento il dipinto con il “coniglio nero”, a firma di Gabriele Lamberti. Intanto, perché vi si cita in modo esplicito, per quanto con sottintesi ludici e un po’ beffardi, un arazzo. Nello specifico, uno dei sei, di manifattura fiamminga tardo-quattrocentesca, aventi per soggetto La dama e l’unicorno: un’allegoria dei cinque sensi e della loro sublimazione in puro desiderio spirituale, da parte del nobile cavaliere feudale che quell’algida dama omaggia e corteggia.

E questo dell’allegorismo potrebbe costituire il secondo fattore di gradimento, unitamente all’enciclopedismo; l’uno e l’altro quali tipici connotati della cultura e del sapere – una volta ancora – medievali. Nondimeno, essi sono propri anche ai “linguaggi-macchina” dell’attuale information society, in grado di fornire uno spettro di conoscenze, capillare ed espanso a livello universale, che non solo compendia ogni aspetto del mondo, ma ne rinvia la comprensione a qualcosa che va al di là delle concrete apparenze mondane, poiché tale comprensione si modella sull’astrazione di una certa logica – la logica “binaria” – posta ed accettata come enunciato fondante e dogmatico del sapere . In effetti, Lamberti fonda il suo lavoro sulla “navigazione informazionale” e sul cross-over spazio-temporale che gli offrono la possibilità di prelevare, da epoche anche “distanti” e da culture “altre”, gli elementi iconici del suo allegorismo pittorico. Sicché, il suo curioso personaggio possiede i caratteri di un essere non solo metamorfico, ma anche “trans-culturale” e, per certi versi, già trans-human. Non solo in forza del suo meta- o poli-morfismo che, volta a volta, ne fa un angelo benevolo, un folletto briccone o un demonio tout-cort; ma soprattutto per il fatto che esso confonde, o spiazza comunque, le poche certezze dei comuni mortali, agendo da “tessitore” di sempre nuove mitologie o da “de-tessitore” delle vecchie. Se capita, sono quelle stesse mitologie della modernità e del suo pensiero, la cui demitizzazione ne ha comportato – secondo Jean-François Lyotard – la crisi e il conseguente transito nella post-modernità.

Il processo tessile, in senso sia stretto che traslato, torna in essere nell’arazzo fabbricato da Roberta Chioni: Omaggio a Grete Reichardt. Come costei, già diplomata in tessitura al Bauhaus, anche la Chioni mette “in trama” materiali ed esperienze progettuali ad ampio spettro, risalenti tanto a tradizioni di antica, paziente manualità, quanto a nuovissime concezioni tecniche; persino di tipo extra- o pseudo-tessile, quali i frammenti di pellicola cinematografica, le carte fotocopiate, le fibre ottiche, le reti e i fili metallici che caratterizzano altri suoi lavori. Anche nel suo caso, si rileva quel precipuo interesse per le sunnominate pratiche di “transizione”, “contaminazione” e ri-codificazione, quale tratto che caratterizza e qualifica la sensibilità estetica di questa sorta di “Medioevo reloaded”. Una sensibilità che ne riutilizza certi dispositivi formali ed apparati semantici specifici – uno per tutti, il frame compositivo e simbolico proprio del portale romanico-gotico. E ciò allo scopo di dare corpo e corso ad una creatività più fantasiosa, articolata e libera, capace – testimonia l’Autrice – di “intrappolare nella tela frammenti di storia, personale e collettiva, per ricucire legami e lacerazioni”. 

Proprio di esse, ovvero di “lacerazioni” aperte, non cucite o mal ricucite, tanto a livello individuale, quanto a livello sociale, ci parla invece Leonardo Passeri. E lo fa con accenti e cadenze spiccatamente british, ri-allineando cioè il suo discorso artistico in senso goth e cyber-punk. Affine in ciò ai non di molto maggiori Young British Artists, i quali hanno disseminato la scena artistica mondiale con un variegato campionario di mostri, orrori e terrori degni delle più cupe, pessimistiche visioni che l’“età di mezzo” ha disseminato in “danze” e “trionfi” della Morte; o, ancora, negli inferni e paradisi di quel precoce nostalgico del Medioevo che è stato Hieronymus Bosch, esploratore del lato più profondo ed oscuro della psiche e della vicenda umane. Con il grande fiammingo, Passeri sembra condividere l’indipendenza delle proprie scelte artistiche, trovando ispirazione nei misteri, nelle religioni, nelle credenze popolari, mantenendo alla pittura-pittura (quella che si fa ancora a mano) lo statuto di un valido tramite per l’interpretazione di una fervida immaginazione, caratterizzata talvolta dall’ironia, talaltra da un pensiero profondo circa la caducità umana. Le sue visioni, come già furono per Bosch, narrano di follia, incubi, premonizioni. Proiettate in dimensioni (post-) apocalittiche, esse attingono il loro onirismo di fondo tanto dal repertorio iconografico medievale, quanto da un’osservazione della realtà forse disillusa, ma circostanziata e aderente al suo effettivo stato di fatto. Perciò, al primo impatto, il catalogo del Nostro potrebbe – nel suo insieme – apparire semplicemente catastrofista, stante l’affollarsi in esso di creature aliene e bio-botiche, o di esseri mutanti dagli organi “innestati”, che un po’ ci ricordano Blade Runner, un po’ The Zero Theorem o Cronenberg. Nondimeno, ad una migliore osservazione, esso contiene un intrinseco significato di rinascita, poiché lascia filtrare– apparire semplicemente catastrofista, stante l’affollarsi in esso di creature aliene e bio-botiche, o di esseri mutanti dagli organi “innestati”, che un po’ ci ricordano Blade Runner, un po’ The Zero Theorem o Cronenberg.

Nondimeno, ad una migliore osservazione, esso contiene un intrinseco significato di rinascita, poiché lascia filtrare– come si pronuncia il suo autore – “una luce di salvezza dopo la bufera”, indicando una qualche via d’uscita che possa aprire la strada verso un nuovo, diverso mondo, risanato infine dalla difficile, controversa condizione in cui versa l’attuale. La macchina del progresso, lanciata a folle corsa verso quello che sarebbe dovuto essere il migliore dei mondi possibili, è andata in testa-coda, precipitando infine nel baratro di un “tempo ultimo”, da fine storia. Ma potrebbe anche darsi che di laggiù l’umanità risalga ad un “tempo primo” (come si allude in Last Night, First Day), potenzialmente palingenetico; come del resto era insito nelle visioni messianiche e millenariste del Medioevo medesimo. Questo, per lo meno, pare essere il messaggio conclusivo: come lo gnostico antico e medievale non si nascondeva all’esistenza e alla pervasività del Male, riponendo tuttavia fiducia nell’opposto e salvifico principio del Bene, così Passeri, dopo tutto, non si rassegna a consegnarsi – senza provare ad affrontarla sul suo stesso terreno – alla nouvelle vague catastrofista e post-human.

La stessa che ama inscenare i terrifici effetti di mutazioni genetiche e maternità “surrogate”, o le devastazioni che colpiranno gli abitanti delle metropoli globalizzate e degradate di un domani imminente, se non già nell’oggi stesso presente. Situazione di cui ci fornisce una personale, quanto attendibile testimonianza Vittorio Valente.

Questo artista non depone a caso: sa perfettamente di che cosa sta parlando, visto che è un uomo di scienza convertito all’arte e al design. Come tale, egli si è da sempre interessato all’analisi delle trasformazioni che le nuove scoperte scientifiche e l’iper-tecnologia producono sul mondo naturale, sull’uomo e la loro materia costitutiva, fino a determinarne destrutturazioni e mutazioni più o meno radicali. Per farcene comprendere la portata, ed anche l’irreversibilità, egli plasma nel silicone e con altri materiali di sintesi delle gigantesche repliche di cellule umane, di virus e microrganismi patogeni, o che potrebbero forse diventarlo. Altre volte si tratta, invece, di “guerrieri dell’higt e del low-tech, tra il look boro (o della “de-relizione”) e quello del wearable, ovvero del computer indossabile. Talora, con commistioni o inversioni di polarità sorprendenti: è il caso, ad esempio, del Passeri fashion designer – qui non rappresentato – o, ancora, delle produzioni accessoriali di Valente, il quale vi è presente anche con una significativa campionatura di “gioielli virali”. Spille, anelli, orecchini – sempre modellati in silicone e metallo – che replicano gli elementi di una flora trans- o extra-genica, la cui bizzarra morfologia sembra però avere qualcosa da spartire con le altrettanto bizzarre e stravaganti forme vegetali ed animali riprodotte sulle pagine miniate di un qualche erbario o bestiario della fatidica “età di mezzo” da cui queste sintetiche riflessioni prendono le mosse.

Livio Billo 

Si rimanda alla sezione “ARTISTI” per gli Artisti citati ma non illustrati in questo saggio. 

 

Note sull’Autore

Livio Billo è laureato in lettere moderne e specializzato in storia dell’arte contemporanea, per tale disciplina presta, da circa un decennio, attività di docenza a contratto nel locale Ateneo. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni didattiche e scientifiche a carattere storico-artistico e sugli aspetti culturali della moda.

John Ruskin,
ritratto fotografico

Gabriele Lamberti, La Dama e l’unicorno, il tatto (il coniglio nero)
Tecnica mista su tela
130 x 130

Lewis Carol,
Alice nel Paese delle Meraviglie

Leonardo Passeri,
Ultima notte, il primo giorno

Leonardo Passeri,
Deposizione

Vittorio Valente,
i gioielli Virus