Verso il Tecnomedioevo

Sono qui, come scrivente, a celebrare i fasti di questo progetto sul Tecno Medioevo, denominato “Tecno Medioevo Reloaded” in questa bellissima sede del Museo dell’Ordine di San Giovanni e nella Cripta dei Templari dell’Ordine di San Giovanni, qui a Londra.
Già questo monumento architettonico, costruito tra il XII e il XVI secolo è un piccolo gioiello, vanto della comunità e della circoscrizione londinese. La collezione del Museo include dipinti, anche di grande pregio, manoscritti antichi, collezioni di armi, monete, tessuti, ceramiche, oggetti in argento e arazzi. Nel corso dei secoli è stato un ricettacolo per almeno trenta drammi shakesperiani, un caffè elegante, voluto da Richard Hogarth, fratello del famoso artista William Hogarth, ha costituito il primo lavoro di Samuel Johnson che scriveva report e articoli per il “Gentleman’s Magazine” ed è diventato un pub celebre, l’Old Jerusalem Tavern nel diciottesimo secolo in cui era possibile incontrare artisti e scrittori, tra cui Charles Dickens. Vorrei anche ricordare The Church Cloister Garden, uno spazio chiuso, adiacente al Museo, che contiene un giardino all’italiana e la coltivazione di numerose erbe officinali, una delle varie location prestigiose di cui ci siamo potuti avvalere nella presentazione ed esposizione delle opere artistiche della mostra.

Resta da accennare alla Cripta, sottostante alla Chiesa di San Giovanni, un luogo molto suggestivo e carico di storia, risalente al XII secolo, con l’altare in pietra del XV secolo, il bassorilievo funebre in alabastro del XVI secolo che raffigura un templare ignoto, con il suo vestito ed equipaggiamento militare, in cui saranno collocate una serie di opere sul Tecno Medioevo, che hanno a che vedere proprio con la ricodifica del passato e con una specie di porta dimensionale che ci proietterà in ere molto antiche e remote, attraverso sculture, arazzi bassorilievi, installazioni. Ora la vicinanza con la cultura dei Templari e dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni, per noi, è, oltre che un grande onore anche uno stimolo per comunicare il nostro progetto, visto che la cultura Templari e dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni è stata quella che ha permesso all’Occidente medio-evale di attingere a tecniche e tecnologie high tech, importate direttamente dall’Oriente, e che hanno permesso alle città e territorio occidentali di poter pianificare la costruzione di chiese, cattedrali, castelli, torri di guardia, fortificazioni, bastioni e di inserire una serie di competenze nuove, di tipo architettonico e paesaggistico, e molto vicine alla linea della bio-sostenibilità ambientale, applicate all’agricoltura, alla coltivazione dei campi, alla piscicultura, alla caccia, alla preparazione agro-alimentare, alla medicina e alla cucina: proprio in quest’ambito abbiamo avuto modo di sperimentare all’interno della grande collettiva a Bologna nel 2014 per ArteFiera, replicando, fedelmente, una cena templare, e abbiamo appreso come le componenti salutistiche e vegane, riscontrate nei menu e nelle preparazioni templari rappresentino una perfetta sintesi tra i saperi custoditi nei monasteri e un tipo d’alimentazione nutriente, ma equilibrato, propria della cucina templare originale.
I Templari sembrano rappresentare la perfetta sintesi, oltre che tra monaci e guerrieri, come recita il loro Ordine, anche rispetto ad una figura omni-dimensionale, dotata di molte e sofisticate competenze che li fa assomigliare ai loro fratelli futuri del Rinascimento, anche loro dotati di straordinarie e molteplici competenze, in grado di coniugare senso dell’ordine, competenze di tipo matematico e geometrico, architettoniche, militari, figurative, decorative, artistiche, scultoree, etc.

Questo progetto sul Tecno Medioevo, parte da lontano, da una decina d’anni di ricerche collettive, in varie Università italiane e con l’ausilio di numerosi ricercatori, filosofi, architetti, storici dell’arte, della moda, etc. Che cosa ci ha spinto in questo lungo e variegato e articolato percorso?
Beh, le opzioni sono sono state già accennate e sviluppate nel libro che fa da corollario a questa mostra londinese; diciamo che tra gli altri stimoli quello che mi ha colpito di più, oltre al landscape culturale della fantascienza e del cyberpunk, è stata la lettura di un libro molto irriverente e caustico “Il Mattino dei Maghi”, scritto a quattro mani da Pauwels e Bergìer, l’uno un filosofo alchimista, vicino al surrealismo, l’altro uno scienziato, un fisico che si è occupato di misteri e ufologìa ma che era anche ritenuto uno dei migliori scienziati sugli armamenti e la fisica delle particelle.
Che cosa colpiva di questo testo che andava ad esaminare periodi storici molto controversi come ad esempio il Medioevo con tutto il suo corollario di arti magiche, alchimìa, astrologìa, stregoneria, geomanzìa, etc?
Quello che affascinava nel saggio era il livello di spiegazioni di questi fenomeni che, con il passare delle pagine, sembravano acquistare una diversa caratura intellettuale e ci davano l’impressione di essere state una specie di velo di Maya che si andava squarciando, davanti ai nostri occhi ma che riservava, comunque, tante nuove sorprese.

Ma questo doveva significare anche altro, come vedremo tra breve, perché le premesse concettuali di queste analisi andavano sì a cozzare con quella che era la vulgata verso il Medioevo, letto sempre come un periodo buio, dove la scienza e la magìa cerimoniale, l’alchimìa, l’astrologia, la numerologìa, etc. sembravano essere sullo stesso piano e dove non esisteva uno status certo per la figura dello scienziato, ma nello stesso tempo queste analisi dei due autori andavano a colmare un vuoto epistemologico che, alcuni di noi, sospettavano esistesse, prima e dopo, per i grandi misteri del Medioevo e di molte altre età antiche. Quando poi, anni dopo, ebbi l’incarico di preparare un seminario sulle logiche medievali, da parte del Dipartimento dell’Informazione dell’Università di Bologna e, contemporaneamente, iniziai un seminario biennale, con una mia collega filosofa e storica del pensiero antico, all’interno di un corso di Architettura dell’Università di Ferrara, quello che venne fuori da questi studi era sorprendente e ci dava l’impressione netta che negli studi e ricerche sul Medioevo non fosse ancora giunto il momento di mettere la parola FINE.
Un tassello fondamentale di questo percorso si deve, principalmente, alla lettura del libro della Yates: L’arte della Memoria. La Yates, ricordiamolo, è stata un’ allieva eretica di Gombrich e della Scuola di Warburg e ha inaugurato le sue ricerche cominciando a lavorare sulle opere di Giordano Bruno, Raymond Lullo, John Dee e altri esponenti dell’intellighenzia europea, che, grazie all’uso della Mnemotecnica, tramandata loro dai latini come Cicerone, Tertulliano, gli stessi padri della Chiesa come Sant’Agostino, Alberto Magno e altri, e grazie al sistema inventato da Lullo dell’Ars Combinatoria, daranno luogo ad una enclave europea in cui si cercherà di portare avanti l’opera lulliana, e cioè la creazione di sistemi artificiali di calcolo e di stoccaggio della memoria. Questa è una linea teorica che verrà, poi, saccheggiata e utilizzata, dai padri della scienza, ma che verrà osteggiata e cancellata dagli autori dell’Illuminismo e non verrà
più recuperata, all’interno della storia della scienza, e, in particolare, negli studi sui sistemi meccanici di calcolo, quelli che porteranno, attraverso varie invenzioni e per vari secoli, alla scienza dei calcolatori come la conosciamo noi, lontani eredi di quei fasti. Diciamo che, dagli studi che abbiamo condotto, si tratterebbe di una tradizione scientifica parallela agli studi di Cartesio, Malebranche, Leibniz, Spinoza che sono gli autori storici che ci hanno permesso di arrivare a costruire le prime macchine di calcolo fino ad arrivare ai computer e all’informatica, come la conosciamo oggi.

La linea lulliana e di tutti i suoi epigoni, fino a Giordano Bruno, avrebbe, se fosse stata seguita e utilizzata, introdotto delle varianti
più potenti e flessibili, con diverse modalità logiche e semantiche variate e logiche non strettamente booleiane, ma questo non è il luogo per continuare questo discorso. Si rimanda alle pagine del libro Cronache dal Tecno-Medio-Evo e in particolare al mio saggio sulla mnemotecnica e al saggio di Andrea Scotti e di Carmen Dal Monte. All’inizio del libro Cronache, in chiusura alla mia introduzione, si auspicava che questi studi venissero raccolti e portati avanti da scienziati, fisici, biologi, genetisti, astrofisici, ingegneri, informatici perché la nostra sensazione era che questo tipo di studi già multi-disciplinari, avesse, ora, bisogno, di un salto generazionale ed epistemologico, implicando molti dei saperi scientifici e tecnologici avanzati, che sono oggi presenti nelle Università scientifiche di tutto il mondo. Posso cominciare anch’io a tentare di aprire questo nuovo paradigma scientifico che potrebbe trovare applicazioni sugli studi sul Tecno Medioevo, da adesso in poi, e che forse si sta già cominciando a intravvedere, a partire dai contributi scientifici di questo catalogo. Se cominciamo a vedere la scienza delle particelle, l’astrofisica e gli studi sulla fisica quantistica potremmo notare che, rispetto agli assiomi classici newtoniani o della prima fisica einsteiniana dei primi del Novecento,
gli studi contemporanei sembrano aprire scenari cosmologici eccezionali, in cui lo spazio-tempo viene ampiamente modificato grazie alle qualità e alle generalità delle proprietà della fisica quantistica, in cui vige una specie di indistinzione tra onde e particelle, ma che viene ulteriormente rafforzata e implementata grazie alle teorie delle stringhe e delle superstringhe e al comportamento degli oggetti nelle vicinanze dei buchi neri, in cui l’universo conosciuto acquista nuove caratteristiche e alcune teorie correnti, che si rifanno alle teorie cosmologiche delle stringhe e delle super-stringhe, parlano di molte dimensioni, tra 11 e 20, e in cui problematiche come l’entanglement sembrano inficiare i dati in nostro possesso, dati che hanno a che fare con la non località degli eventi, gettando, tra le altre cose, le basi per una ridefinizione del rapporto mente-materia.

Ce n’è abbastanza per farci pensare che i migliori studi di fisica e astrofisica, come anche i coevi studi sulle nano e bio-tecnologie, siano in grado di gettare le fondamenta per una comprensione del mondo, di noi stessi, dell’universo e, inevitabilmente, del nostro rapporto con gli eventi e la storia, profondamente mutato e, anche, piuttosto inquietante. Da questo punto di vista il nostro progetto sul Tecno Medioevo sembra assumere connotazioni inedite, in cui i manufatti storici rivisitati e ricodificati potrebbero appartenere a questo multi-verso che è uno dei leit motive di questa fisica post-einsteiniana, in cui è possibile, in via teorica, compiere dei viaggi nel tempo, ma anche poterci spostare e concepire mondi e universi paralleli, in cui il nostro Tecno Medioevo, sarebbe visto come un fossile guida, come in paleontologia e nella paleo-antropologia; dei segnali fossili di un passato-futuro possibile che, da qualche parte dell’universo, si sono avverati, in un periodo storico reale e hanno rappresentato una specie di Medioevo parallelo, di cui il nostro progetto sembra essere memoria illustrata e racconto. Volevo fare anche una piccola analisi rispetto al lavoro di John Latham, di cui abbiamo testimonianza con un contributo di Gareth Bell-Jones nel nostro catalogo, e questo ci onora e ci rende massimamente grati per l’apporto culturale e creativo al nostro progetto.
Si tratta di un autore che ho conosciuto da poco, ma che ha fatto importanti mostre nel mondo, dalla Tate Gallery alla Triennale di Milano. Studiando le sue opere viene fuori una figura di un artista molto raffinato, che utilizza l’arte concettuale per arrivare a formulare una sua filosofia, a modo suo analitica e rigorosa, sul tempo e sullo spazio e sulla capacità dei media e della comunicazione globale di modificare i nostri pensieri e i nostri comportamenti, cosa che sta avvenendo di nuovo, dall’era degli smartphone in avanti, come denunciano vari critici tra cui Sherry Turkle, la teorica americana che si occupa dei rapporti con le nuove tecnologie, dai computer ai videogiochi alla robotica social. La curiosità delle opere e degli interventi di Latham è che sono fatti di pochi elementi poveri, plastiche, legni, microchip, fili, circuiti stampati, libri, e questo lo accomuna agli esponenti dell’arte povera, come già visto in alcune mostre italiane e milanesi, ma, a differenza degli artisti italiani, le sue opere vanno a suggerire ampie ipotesi sull’universo, la possibilità che il nostro intorno spazio-temporale sia modificabile e reversibile, come insegnerebbero le ultime teorie astrofisiche e i modelli della fisica quantistica, così come la classificazione degli esseri umani e degli artisti sia di primaria importanza, dando a questi ultimi un compito di preveggenza, di allerta e di cura per i problemi dell’umanità in genere. Gli Autori: è grazie alle opere che sono in mostra che siamo in grado di testimoniare queste ipotesi, suggestive e, forse, foriere di ulteriori contributi. Dunque vorrei cominciare ad elencare gli autori in mostra, cercando di dettagliare il loro lavoro ma, anche, ringraziandoli personalmente per aver aderito a questo progetto artistico e culturale che va avanti da vari anni, anche grazie al loro contributo.
Se vogliamo seguire mentalmente i lavori nella loro collocazione geografica dovremmo cominciare con il Cavaliere Teutonico di Gaetano Muratore. Siamo di fronte ad un’opera robotica, in scala reale, in cui l’artista, robotico e artigiano, ricostruisce in grande dimensione un Cavaliere Teutonico, coevo all’Ordine dei Cavalieri di Malta e la sua collocazione è stata pensata all’entrata del Museo, come se fosse un Guardiano della Mostra e dei tesori custoditi nel Museo stesso.
Naturalmente l’effetto di spiazzamento è dato dalla considerazione che è possibile replicare, in una specie di universo robotico parallelo, scala 1:1, molte delle persone e delle effigi che siamo abituati a considerare solo nei libri di storia.
È un meccanismo molto simile a quello inaugurato da Philip K. Dick, uno dei più grandi scrittori di fantascienza, che, nei suoi romanzi, ricostruiva e simulava, non solo passaggi della storia americana, in chiave aliena, ma anche i suoi leader più influenti, come i Presidenti degli Stati Uniti, trasformandoli, spesso, in macchine e androidi che sarebbero andati a riprodurre e perturbare la storia, modificando date, uomini ed eventi. Entrando nella prima sala siamo attratti da un grande dipinto, molto colorato e suggestivo. Sembra un arazzo medievale, ed è tratto dal ciclo di arazzi del Castello di Boussac, detto de La dama e l’unicorno, oggi all’ Hotel de Cluny, diventato Museo Nazionale del Medioevo di Cluny, a Parigi.
L’arazzo in mostra, invece, è stato ricostruito in pittura da Gabriele Lamberti e con l’aggiunta di un Coniglio Nero. Il Coniglio Nero fa parte di un intero ciclo pittorico a
lui dedicato, in cui questa figura prende il posto di altri personaggi dei quadri, si ritrova, anche, in varie epoche storiche e rappresenta un trickster, una specie di folletto, che può prendere le sembianze di un uomo, una donna o un animale teriomorfo, che è capriccioso e umorale, galleggia tra le varie epoche e può diventare un angelo, un demone, un elfo, un personaggio storico, il diavolo in persona e molte altre configurazioni, culturali e trans-storiche. Proseguendo nel giro al Museo troviamo un’opera di un quadro su silicone di Vittorio Valente. A ben guardare ci sono delle escrescenze e rilievi nel quadro, ma la sorpresa massima è scoprire che quello che noi vediamo sono dei virus e delle cellule.
Infatti Valente è un ricercatore biologo e ha cercato di comunicare, come artista, le visioni dei virus e dei batteri che esamina trasponendoli in tele in silicone, in cui appaiono personaggi e scenari fantastici, ma che sono, magari, la personalizzazione di virus tremendi e malefici come la peste, la malaria, l’ebola piuttosto che l’HIV. Dunque qui prende forma un altro incubo del Medioevo, le epidemìe di peste bubbonica che hanno decimato la popolazione europea, nel corso di molti secoli, celebre è l’ondata di peste del 1300, la famosa Ondata della Peste Nera. Valente gioca con i virus, li rende piacevoli al tocco e accattivanti nei colori e nelle forme.
Stessa cosa si può dire dei suoi gioielli-virus che, ancora una volta, vanno a coniugare qualità ornamentali con contenuti orrorifici e terrificanti. La parte fashion è costituita dalle forme, riprodotte in scala, aumentata, di questi virus e cellule che vanno a costituire una speciale galleria estetica dell’Orrido che si connette, però a colori e forme aggraziate e coloratissime, in un contrasto poetico e stridente.
Sopra di noi, verso il soffitto un ciclo di opere di Leonardo Passeri. Qui siamo di fronte ad un tipo di estetica catastrofista in cui il nostro autore, servendosi di esseri deformi e metamorfici, ci introduce ad una specie di Medioevo nucleare, in cui brandelli d’umanità vengono coniugati all’interno di lacerti architettonici; possiamo riconoscere in questo trittico le impronte e le rovine di chiese, piazze, monumenti sacri, architetture neo-classiche, che vengono attraversati da flussi di mostri e mutanti, che continuano a mantenere una parvenza d’umanità e a ricordare le loro ritualità sacre, ma sembrano, anche, vagare, incessantemente, per le vie e le città di questi mondi post-atomici, nuclearizzati e cadenti, in cui non è del tutto assente la speranza di un riscatto umano o post-umano. Nel caso delle opere di Passeri ritroviamo però anche altri connotati, ad esempio delle citazioni di quadri e opere vicine a De Chirico e Savinio. Infatti la simbologia utilizzata da Passeri è minimalista e ricorda, in qualche modo, gli esterni del famoso maestro della Metafisica e di suo fratello Savinio, in cui le atmosfere e i simboli citati sono equilibrati e anti-retorici e creano un paesaggio mentale rigoroso ed essenziale, onirico, a volte ludico, ma con caratteristiche anche realistiche e citazioniste. Sempre all’interno del Museo troviamo l’opera interattiva di Tiziano Popoli, già esposta in numerose versioni anche nella nostra mostra di Bologna.
Qui siamo di fronte ad un’intuizione fulminante, un tappeto-pavimento interattivo, su cui, camminando si accede ad un ciclo di purificazioni e si entra in un’atmosfera mistica e arcaica. in cui, si aprono i sigilli dell’Apocalisse e si sentono suoni, e si vedono immagini, come quelle provocate dagli angeli, a guardia dei sigilli, e che preludono, forse, alla fine dei tempi e al Giudizio Universale. Il pellegrino e viandante, dopo aver percorso un giro completo del suo cammino può ora cercare di interrogare un uccello, un pappagallo elettronico, che impersona Giovanni Evangelista, con una domanda, una sola, e a cui il pennuto, in modalità oracolo, darà una sua risposta, spesso criptica e da decifrare.
Questa installazione multimediale di Popoli rappresenta, anche, la perfetta simulazione di una visione mistica che ci getta, di colpo, nella spiritualità estrema dei dialoghi francescani del 1200, ad Assisi, i dialoghi con il lupo o con il santo che interrogava gli uccelli, ricreando una sorte di atmosfera mistica e contemplativa. Andando avanti, sempre all’interno del Museo troviamo una teca che contiene una vetrata in vetro soffiato e tecniche a piombo. Questo è un mio lavoro (Marcello Pecchioli) che rappresenta un prete alieno che ha la stessa postura del Cristo Pantocratore.
L’idea nasce dalla lettura di un romanzo di fantascienza, ambientato in un medio-evo post-atomico “Un Cantico per Leibowitz” di Walter M. Miller, degli anni cinquanta, ampiamente citato e commentato nel saggio Cronache, in cui si delineano i tratti di un mondo medio-evale, arcaico e dominato dalla Chiesa, in cui lo sviluppo tecnologico è stato cancellato dalle guerre nucleari e sono rimasti solo lacerti e frammenti di memorie scientifiche, non più comprensibili, che vengono trattati come reliquie sacre dal clero ignorante. La Chiesa, attraverso i suoi scienziati, si farà carico di una rinascita intellettuale, quasi di un Rinascimento Americano e andrà a riscoprire vecchi grafici, e, in particolare, vecchie stampe blue-print, di impianto grafico ingegneristico, viste come reliquie sacre di un lontano passato: ma quest’opera di retro-ingegneria permetterà di tornare all’antico splendore ed anche di iniziare una neo-colonizzazione del Sistema Solare, quindi una forma d’evangelizzazione extra-terrestre.
Il mio prete alieno, che ha sopra di lui un profilo d’una città medio-evale turrita, è uscito fuori proprio da queste riflessioni. Siamo all’ultimo lavoro contenuto nel Museo e si tratta di Massimo Trenti. Si tratta di una scatola di legno molto antica e che sembra provenire dal famoso Smithsonian Institute. All’interno tre tubi di vetro piombato che contengono vari materiali, tra cui formule tratte dagli scritti scientifici di Einstein sulla relatività ristretta del 1905.
Dunque come datazione potremmo ipotizzare che sia sta inviata a noi, all’incirca tra il 1905 e il 1920.
Vi è anche un libretto di spiegazioni, firmato di suo pugno dal segretario dello Smithsonian Institute e facendo due conti il nome Walcott è associato agli anni 1907-27 e al nome Charles Dolittle Walcott, il firmatario del libretto che troviamo nella scatola. Negli altri tubi abbiamo fotografie di paesaggi rurali dell’epoca ma quello che ci impressiona di più è un foglietto con degli scarabocchi di Walcott. Sembra che nei suoi appunti faccia cenno ad una teoria sull’immensamente piccolo che non può non far pensare al Manifesto sulle nano-tecnologie di Richard Feynman, che ha permesso, a noi contemporanei, di fare un grande salto tecnologico.
Il problema e il paradosso è che l’intuizione di Walcott risale ai primi anni del secolo XX mentre Richard Feynman, uno dei più brillanti scienziati, è un nostro contemporaneo ed elabora il suo manifesto negli anni Cinquanta. Ci spostiamo ora nel Giardino interno della Chiesa e troviamo, proprio al centro, una scultura, di Leonardo Passeri, che vorrebbe rappresentare la schematizzazione della collisione di onde gravitazionali prodotte dallo scontro tra due stelle di neutroni, un evento cosmologico reale e molto recente, di cui si è parlato, a lungo, su tutti i media del pianeta, anche per le implicazioni di enorme portata che potrebbe generare.
Questa dimensione della fisica non convenzionale ci introduce a quello che potremmo considerare come il cuore del progetto (core).

Nella cripta dei Templari dove ora siamo giunti troviamo altre opere che sembrano provenire da una faglia spazio-temporale in cui il passato e il futuro si incrociano. A significare questo passaggio ancora in essere, un’opera di Leonardo Passeri che ha a che vedere con la rinascita, un grande feto che viene incubato da una donna e che sembra rappresentare la rinascita e l’alba di una nuova dimensione spazio-temporale. Accanto troviamo un arazzo di Roberta Chioni che sembra ben sintetizzare questi passaggi mutanti perché l’arazzo è di foggia medievale e sembra un elemento vestimentario riconoscibile, ma contiene al suo interno, processori, chip, frammenti di pellicola, come se davanti a noi si fosse materializzato un lacerto di un Medioevo ibrido, con avanzate caratteristiche tecnologiche e nuovi codici tessili a noi ignoti. Accanto e dalla parte opposta vi è una stele in pietra di Marcello Pecchioli che rappresenta una simbologìa reale degli antichi dei sumeri, gli Annunaki che, secondo alcune vulgate, sarebbero loro responsabili, come deità aliene, sia del processo di formazione e creazione della specie umana sulla Terra sia di aver rilasciato all’uomo tecnologie e competenze sofisticate.
Questo processo sarebbe stato descritto, minuziosamente, in molti libri e articoli, dal sumerologo eretico Zecharia Sitchin, a cui si deve l’ideazione e la costruzione, da parte mia, di questa stele che, contrariamente a quelle originali, ritrovate negli scavi della Mesopotamia, è a colori, colori squillanti, che potrebbero ricordare i loro equivalenti nella statuaria e architetture dell’Antica Grecia, in cui molte delle statue che ci sono rimaste, a noi sono arrivate bianche e diafane ma che avevano, in originale, colori fortissimi, di una tavolozza sgargiante, che oggi diremmo quasi pop.

Accanto a questa mia opera un’immagine realizzata da Cristiano Nanni, che raffigura la dea aliena EVE con le sembianze e i simboli di Inanna Ishtar, una deità che abbiamo utilizzato in molte mostre ed avvenimenti sul Tecno Medioevo.
Si tratta di una deità extraterrestre che si manifesta come avatar e come ologramma trans-storico e che ha seguìto, fin dalle origini, i destini culturali e gli eventi dell’umanità terrestre, impersonandole varie dee femminili dell’Antico Mediterraneo 200, da Inanna ad Iside a Venere ad Afrodite a Pomona fino ad arrivare ai giorni nostri: in questo caso impersona Inanna, in una versione spaziale e futuribile, e ha i suoi simboli di comando, i leoni e le civette, care alla dea.

A seguito un’opera di Diana Cao Shuying che ci mostra un altro versante del Tecno Medioevo con le sue raffigurazioni delicate di principesse del periodo Han cinese, (206 a.c-8 d.c.), un periodo in cui le scienze e le arti hanno fatto un balzo qualitativo esponenziale, creando le basi per una cultura e civiltà raffinatissima e di grande livello scientifico, amministrativo, culturale, militare e sociale, compresa l’apertura e l’incremento dei traffici della famosa Via della Seta, confrontabile, forse con il futuro periodo Edo del Giappone medievale, (1603- 1868 d.c.), l’altro polo di un Rinascimento orientale.
Le principesse raffigurate da Diana Cao sono testimonianza al femminile di quest’età prospera e di grande fulgore, in cui le donne del regno sembrano avere un ruolo di grande importanza come ambasciatrici e mecenate per artisti, scienziati e intellettuali, alla loro corte.

Accanto a queste opere due cilindri illuminati di Enrico T. De Paris che ci mostra due mondi virtuali miniaturizzati, ma affollatissimi di personaggi e ambienti, in cui la componente umana rappresentata sembra essere di tipo rituale e liturgico. Una religione diffusa, proprio come lo sciamanesimo, che sembra fare da collante all’interno di questi due piccoli mondi.
Qui, De Paris sembra darci la possibilità di connetterci con micro-universi in espansione, come se la sua creazione ci aprisse dei reami e delle porte dimensionali che, altrimenti, sarebbero per noi, invisibili e non accessibili.

Ora passiamo, sempre all’interno della Cripta ma in
una seconda stanza, più raccolta, alla contemplazione di un’opera molto inquietante che l’autore Bruno Marcucci ha voluto regalarci, come una riflessione sugli spazi teriomorfi.
Siamo di fronte ad uno scheletro di un animale esotico ormai estinto, dai tratti arcaici ed esotici oppure di fronte ad una carlinga di un aereo precipitato, che ricorda, tristemente, i tanti incidenti aerei, di cui la Strage di Ustica con il DC -9 Itavia IH870, è ancora una memoria viva e dolente per l’Italia e le tante vittime della strage?L’autore, con la sua installazione ci lascia il dubbio, anche se per terra, sopra alla scultura appesa, possiamo trovare rottami e frammenti metallici, individuabili come lacerti di un possibile disastro aereo avvenuto.
Quindi ancora un’opera che sta a testimoniare la fine di questo viaggio nella dimensione del Tecno Medioevo, un ipotesi di lavoro e un progetto storico-artistico che, proprio in questa mostra londinese sembra trovare un approdo e una sua completa rinascita.

Marcello Pecchioli
Curatore della Mostra Tecnomedioevo – Age of Future Reloaded

Note sull’Autore

Marcello Pecchioli, nato a Spoleto (Perugia) nel 1954 è laureato in Filosofia della Scienza presso l’Università
di Bologna. La sua passione per l’arte e la cultura in generale lo portano a diventare critico multimedia e cinematografico, videomaker, artista, drammaturgo e saggista. Dal 1980 è attivo in campo artistico, vantando numerose esposizioni in Italia, Francia, America, Giappone, Portogallo e Germania. Attualmente è docente in Storia dei Nuovi media presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli e ha un insegnamento in Comunicazione Multimediale presso l’Accademia di Brera 2 di Milano.

Esteban Jordan (?), Monumento sepolcrale,
Londra, Cripta del Priorato della Chiesa
di San Giovanni di Clerkenwell

Ettore Ferrari,
Monumento a Giordano Bruno

Michael Rysbrack,
Monumento sepolcrale di Isaac Newton,
Londra, Abbazia di Westminster

John Latham, Big Breather, 1972,
prima versione/, installata all’esterno della Gallery House,
Exhibition Road, London.
© John Latham Foundation

Leonardo Passeri, Vortex Regression, 2013
Acrilico, materiali vari e smalti su pannello
cm 150 x 100

Tiziano Popoli, Apocalypse Machine 5.0
Installazione video-sonora

Leonardo Passeri, Madre surrogata